Storia della Farmacia: Il sapere portatile…farmacie da viaggio, domestiche e mediche

Articolo del Dott. Carlo L. Bagliani tratto dal catalogo “Il Sapere portatile, farmacie da viaggio e testi medici tra XVI e XIX”, edito in occasione della mostra tenutasi a Vercelli presso il Museo Leone dal 14 ottobre 2016 al 15 gennaio 2017, in collaborazione con il Museo della Farmacia Picciòla di Vercelli

È a partire dal Cinquecento, con l’ampliarsi delle rotte navali e terrestri in seguito alle grandi scoperte geografiche e all’espandersi dei confini (anche culturali) dell’umanità, che le cassette farmaceutiche iniziano ad accompagnare gli uomini nei loro spostamenti, a bordo di carrozze o di navi, dove, affrontando le rotte oceaniche o terrestri diventano spesso l’unica possibilità di cura se non di sopravvivenza.

Inizia così un viaggio, anche culturale, che ha fatto giungere fino a noi questi scrigni, vera e propria antologia di opere d’arte, spesso costruite con legni pregiati e tutte complete o quasi dei medicamenti originari (pillole, polveri, unguenti) che ritroviamo ancora conservati, nonostante il trascorrere dei secoli, nei contenitori di metallo o vetro all’interno dei quali la sapiente mano del farmacista li dosò secoli or sono. Questo “sapere portatile” è oggi affascinante estetica e allo stesso tempo storica testimonianza dell’evoluzione medico – farmaceutica e dei costumi sociali in età moderna.

Il sapere portatile. Farmacie da viaggio…

In uso fin dal Rinascimento, le farmacie portatili nacquero dalla necessità del medico di avere con sé il minimo indispensabile per un soccorso d’urgenza. Erano solitamente costituite da una cassetta in legno suddivisa in scomparti nei quali erano alloggiati pochi strumenti chirurgici e l’occorrente per una terapia farmacologica. Tra il XVI e il XVII secolo i sempre più frequenti e ampi spostamenti di commercianti, esploratori, soldati e marinai diedero un forte impulso alla diffusione delle cassette mediche. Tale diffusione tenderà a crescere per tutto il secolo successivo: le cassette si andranno standardizzando, i prezzi scenderanno ed aumenterà il numero di persone in grado di poterle acquistare per utilizzarle non più solamente in viaggio, ma anche in casa. Inizieranno infatti ad essere accompagnate da “libretti di istruzioni” molto semplici ed illustranti la preparazione dei principali rimedi, spesso frutto dell’unione di metodi casalinghi e di superstizione. Circolavano cassette “familiari”, cassette per il “clero”, cassette per i medici, cassette militari da campo e da bordo, cassette economiche per il popolo… Nel corso del XIX secolo l’uso di cassette mediche personali diminuì sino a scomparire quasi del tutto nella seconda metà del secolo, in cui rapidi cambiamenti furono introdotti dall’avvento della Rivoluzione Industriale. Il miglioramento delle condizioni igieniche e l’aumento delle misure di sanità pubblica resero meno devastanti le epidemie; i più veloci mezzi di comunicazione e di trasporto (ad esempio la diffusione della ferrovia), l’aumento del numero di medici, farmacie e ospedali, le innovazioni in campo medico e farmaceutico e la diversa tipologia di medicinali e di presentazione degli stessi (piccole confezioni di pillole e granuli pronti all’uso) consentì ai viaggiatori di spostarsi più agevolmente. Infine i progressi medici e i mutamenti di stile di vita del XX secolo resero queste “farmacie domestiche” obsolete.

Il design: dalle cassette per il the a veri e propri scrigni…

Quando comparirono le prime cassette mediche da viaggio non esisteva un artigianato specializzato nella loro produzione. Per questo motivo le cassette più antiche non erano altro che contenitori per il the o per le spezie realizzati in legno e suddivisi all’interno in piccoli scomparti. Durante il XVIII secolo le cassette mediche divennero progressivamente più standardizzate sia nel design sia nei contenuti. Erano di forma cubica (15 – 20 cm) in legno, con la superficie liscia o decorata da semplici placchette di metallo e dotate di una maniglia per il trasporto anch’essa in metallo. La parte anteriore si apriva verticalmente mostrando scomparti e cassetti all’interno. Solitamente vi si trovavano da 12 a 16 contenitori di vetro e talvolta le etichette erano visibili attraverso finestrelle intagliate nel legno.(fig.1)

 

(1) Farmacia portatile da carrozza, epoca fine sec.XVII.

Contenitore di forma cubica in legno con finiture in metallo, all’interno è foderato in carta pregiata e contiene 16 flaconi in vetro soffiato e metallo con tappo. Da notare il flacone che contiene la TERIACA

Nel XIX secolo si diffusero ampiamente su tutto il territorio europeo e iniziarono a differenziarsi nelle forme. Come veri e propri scrigni potevano essere impreziosite con materiali pregiati: madreperla, avorio, ebano e mogano per l’esterno; velluti e seta all’interno. Talvolta si aggiunsero anche scomparti segreti che si aprivano attraverso meccanismi nascosti e potevano essere utilizzati per contenere i veleni. La forma più comune aveva il coperchio che si sollevava e sul fronte i cassettini; quella meno comune aveva anch’essa il coperchio che si sollevava e due ali laterali che si aprivano frontalmente.  Un’altra forma era la cassetta tradizionale ma con tracolla in pelle (fig.2)

(2) Farmacia portatile inglese originariamente dotata di tracolla in pelle, seconda metà sec. XIX.

 

Non più solo medicina tradizionale…

Fino all’inizio del XIX secolo tutte le cassette farmaceutiche contenevano rimedi di medicina tradizionale. A partire dal 1820 circa apparvero e si diffusero valigette, cassette e piccoli astucci di rimedi omeopatici. La dottrina omeopatica venne introdotta dal dottor Samuel Hahnemann e trovò grande opposizione nell’establishment medico. Hahnemann si ribellava alle forti dosi di farmaci potenzialmente dannosi (come antimonio e mercurio) allora molto comuni e alle pratiche “eroiche” quali salassi, purghe ecc. Proponeva una medicina basata su piccole dosi contenenti infinitesimali quantità di principio attivo. La sua concezione si basava sul principio “Similia similibus curantur” ossia che i sintomi di una malattia si curano utilizzando sostanze che producono effetti similari, incoraggiando così il corpo a reagire alla malattia stessa. Hahnemann pubblicò le sue teorie nel 1796 ma ci vollero più di 25 anni perché le sue tesi trovassero credito. I rimedi omeopatici potevano avere due forme: tinture fluide dispensate in gocce con l’aiuto di bastoncini di vetro arrotondati, oppure piccoli granuli estratti dalle fiale con piccole spatole.

Ma quanto sono state utili le farmacie portatili?

A giudicare dalle cassette ben conservate e dai relativi manuali di istruzioni, è doveroso pensare che siano state molto più che semplici oggetti di decoro da aggiungere alla mobilia di casa. Oggi sappiamo che i rimedi contenuti erano, nel migliore dei casi, poco efficaci, mentre, al contrario, erano spesso dannosi. Essi svolsero tuttavia due importanti funzioni: innanzitutto fornirono una “terapia professionale” a chi doveva prestare assistenza al malato prima dell’arrivo del medico e, in secondo luogo, la bella ed elegante cassetta che spesso li conteneva ne moltiplicò l’ effetto placebo nei confronti del malato, azione riconosciuta comunque importante nel processo di guarigione.

Si può parlare di automedicazione primitiva?

Di notevole e attuale interesse antiquario sono le cassette medicinali più genericamente chiamate “farmacie portatili” che nei secoli passati venivano costruite dagli ebanisti per contenere polveri e forme farmaceutiche utilizzate per la cura dei più comuni malesseri.

Presenti nelle collezioni private e nei musei quelle destinate ai lunghi viaggi, ai campi di battaglia (un grande cassone medicinale da campo è conservato presso la Farmacia Pedotti di Pavia), quelle dei nobili casati (a Palazzo Borromeo sul Lago Maggiore-Isola Bella, vi è il piccolo scrigno medicinale utilizzato dagli illustri Principi), dei regnanti (a Roma abbiamo scovato la cassetta medicinale della Regina Margherita di Savoia) dei grandi condottieri, quelle che andiamo ad analizzare (figg. 3, 4 e segg.) più in dettaglio sono interessanti documenti per lo studio dell’automedicazione, della cura pratica delle piccole patologie, del più o meno comune utilizzo di alcune sostanze che oggi necessiterebbero della ricetta del medico.

(3) Farmacia portatile Girard, prima metà sec. XIX.

Farmacia portatile francese Girard

Parigi, prima metà del XIX secolo, in legno di noce: 8 flaconi in cristallo molato con tappo in cristallo, alcuni numerati con etichetta riportante il nome del medicamento e della farmacia “Girard-Rue des Lombards, 28”.

Contiene: ALCALI VOLATILI (carbonato di ammonio da inalare in caso di svenimenti), LAUDANO DI SYDENHAM (applicato localmente come linimento-si preparava mettendo a macerare la polvere di oppio in alcool a 30° e miscelando successivamente 50 parti di estratto di oppio con 150 parti di tintura di zafferano, trovava impiego come analgesico, sia puro, sia mescolato a cloroformio o olio canforato; per uso orale era prescritto come sedativo e antidiarroico a gocce), MAGNESIA INGLESE CALCINATA (antiacido e blando lassativo), CHINA ROSSA IN POLVERE (tonico eupeptico, ottimo nelle dispepsie, stimolante neurotonico durante la convalescenza da malattie acute, trovava il suo impiego anche esternamente per le sue proprietà antisettiche e vasocostrittive sotto forma di cerato o di cataplasma), ACQUA DI CANFORA, ACQUA DI MELISSA DEL CARMELO, ETERE SOLFORICO, ESTRATTO SATURN.

Nel cassetto per l’alloggiamento della bilancia si trovano una trentina di cartine di “Emètique un Grain” e il foglietto pubblicitario dell’Onguent Canet, famoso unguento di metà ottocento dalle molteplici proprietà che andavano dalla cura delle ulcere, alla purificazione del midollo e del sangue, alla cura delle cadute, dei colpi di ferro, per il latte rappreso nel seno delle nutrici etc.

(4) Farmacia portatile Savory & Moore, seconda metà del XIX secolo

Farmacia portatile inglese Savory & Moore

Londra, seconda metà del XIX secolo, in legno di mogano: 36 flaconi in vetro successivamente ri-riempiti, numerati e rietichettati alla fine dell’800 dalla Farmacia Gruner, già Baricalla, di Torino.

La placchetta in avorio cita che Savory e Moore erano farmacisti della Regina.

L’elevato numero di sostanze contenute che vanno dalla fenacetina al magistero di bismuto, dalla polvere tebaica all’etere solforico in perle, fornisce una panoramica sui medicinali utilizzati a cavallo tra ‘800 e ‘900, molti dei quali costituiti da vere e proprie specialità farmaceutiche (es: piramidone, aspirina).

Rifinita internamente in velluto rosso, esternamente presenta borchie e maniglie in ottone.

Interessante lo studio delle farmacie portatili e domestiche quale studio dei medicinali in esse contenuti, conservati in artistici flaconi in vetro o cristallo molato, accolti in eleganti scrigni, piccoli gioielli oggi, funzionali e raffinati contenitori delle preziose sostanze, ieri.

 

Si ringrazia il Dott. Carlo L. Bagliani per il materiale messo a disposizione.


 

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